Planet Earth

Questo bellissimo pianeta. La Terra.
Dalla natura si può apprendere molto, l’equilibrio e la padronanza dell’ambiente, l’attitudine, la giusta dose di coraggio. Chiedersi se esista veramente un bene e un male, un giusto e uno sbagliato.
Mi chiedo come l’uomo, con arroganza e disprezzo, sia capace di distruggere tutto questo. Come sia in grado di ardere questo universo di sapere. La natura ascolta, vive.
Nella terra sono scritte le tavole del tempo, ogni singolo granello di sabbia, ogni roccia, ogni foglia ne porta con se un particolare e lo tramanda, e lo fa crescere.
Nel pianeta Terra è scritto tutto. Il mistero della vita e della morte.
L’uomo distrugge e spreca, ma non tutti sono così. Ci sono uomini che cercano di decifrare quel misterioso linguaggio, ne sono attratti e qualche volta riescono a percepirne l’assoluta grandezza.

Fortunatamente ho avuto la capacità sin da piccolo di saper osservare la natura, i suoi movimenti ed i suoi tempi. Molte volte non capivo, ma ne ero affascinato. E’ grazie a questo che ho potuto apprendere molte cose su di me.

Adesso posso dire che aver guardato quel filo d’erba non è stato affatto uno spreco di tempo.

Immagine di copertina presa dal web.

Le tre cose preziose

Uno dei testi più criptici e di mutevole interpretazione che racconta di verità. Mi sembra incredibile come utilizzi la parola “oggi” e ne descriva la disarmante attualità.
L’ autore è misterioso ma il libro “Tao Te Ching” viene associato a Lao Tzu, figura emblematica del Taoismo cinese, forse la più grande religione non-religione.
Sulla stesura di questo testo il mistero diventa ancora più intricato, se ne attesta la composizione tra il IV e III sec a.C.
Quello che rimane è la testimonianza di ciò che è scritto.

Difficilissima l’interpretazione per un occidentale, ancor più complesso definirne concettualmente il suo utilizzo.
Questo passo che descrive i tre tesori fondamentali mi permette di ottimizzare la mia prospettiva nei confronti delle cose, delle situazioni.
Si parla di misericordia, frugalità e umiltà.
Tutto questo è per così dire distonico rispetto al resto che fa parte della vita quotidiana. Leggo di principi morali ed etici, ma intorno a me le leggi si muovono dalla parte esattamente opposta… Ma allora cosa vuol dire?

La risposta è semplice: assolutamente nulla.
Quel nulla che è il principio di tutto, il vuoto.

Gli addetti ai lavori dovrebbero conoscere bene tale principio. Intendo dire che coloro i quali non hanno indossato per puro caso l’abito del saccente arcaico, ma sono “vittime” designate ad esserlo, dovrebbero saperlo.

Immagine di copertina presa dal web (http://taoprints.com/).

La timidezza non è una disabilità

Qualche anno fa sfogliando per caso una rivista lessi un articolo che mi colpì molto. Mi incuriosì il fatto che parlasse di timidezza, ma ancora di più che ne parlasse secondo l’interpretazione culturale e morale giapponese. Quell’articolo cambiò qualcosa in me, in qualche modo mi dette una conferma. Una conferma che ho ritrovato più volte in articoli o libri che ho letto e che descrivono magicamente un mio pensiero personale.
La magia si realizza quando nel contesto in cui sono nato e cresciuto non ho mai ritrovato tutto ciò. Sentirmi un “pesce fuor d’acqua” mi ha dato la possibilità di concentrarmi più sulla ricerca di me stesso (ascoltarmi) piuttosto che sul farmi conoscere.
Certo, il gioco del funambolo è un gioco pericoloso e bisogna stare molto attenti, ma con il buon senso e l’intelligenza si può fare un grande lavoro interiore.

Purtroppo non ho ritrovato quell’articolo, ma questo estratto ne descrive evidentemente lo stesso concetto. Ricordatevi che timidezza ed introversione sono due cose distinte e molto importanti.

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A cura Dott. Morris Orakian, Psicologo Pomezia

Siamo tutti spettacolari. Siamo tutti timidi. Siamo tutti in grassetto. Siamo tutti eroi. Siamo tutti impotenti. Dipende solo dal giorno.
(Brad Meltzer)

La timidezza è una caratteristica della personalità che dipende dal temperamento e dal tipo di esperienze che la persona ha vissuto. E se siamo abituati a vedere la timidezza come un problema da estirpare è solo perché la società ci vorrebbe tutti forti, spavaldi e sicuri e quindi la timidezza viene concepita come un “deficit” e chi è timido come qualcuno da “guarire”.
La persona timida ha difficoltà in diversi contesti sociali, fa fatica a iniziare una conversazione e non si trova a suo agio parlando di se stesso. Il professore Philip Zimbardo dell’Università di Stanford, ha spiegato che la timidezza è una fobia che riguarda i rapporti sociali e che porta a sentire gli altri come una minaccia anziché un’opportunità. Un errore comune è accostare la timidezza all’introversione. La differenza sostanziale tra queste due è:

Nel primo caso, il timido, prova molto nervosismo perché vorrebbe esporsi di più, ma non ci riesce. Il suo sentimento prevalente è la vergogna, e vive come un’impertinenza qualsiasi cosa faccia o dica in presenza di altre persone.
La persona introversa, invece, semplicemente gode della solitudine e non è a proprio agio nelle situazioni sociali. Tuttavia, non dà peso alle opinioni altrui e non ha timore di esprimere le proprie.

Nella cultura occidentale la timidezza è qualcosa da superare in ogni modo e si ritiene, chi ne soffre, “limitato”; al contrario le persone timide, essendo molto insicure del risultato delle proprie azioni, le pianificano ed eseguono con estrema cura e con maggiore concentrazione rispetto agli altri. Infatti, risultano essere ottimi esecutori delle attività che non richiedono un preciso limite di tempo.

Credere in se stessi, riconoscere le proprie virtù e volersi bene è fondamentale.

Una cultura completamente differente dalla nostra per tradizioni, costumi, e valori ritiene che la timidezza sia un pregio e va apprezzata e coltivata: l’antica e tradizionale cultura del Giappone ha, infatti, sempre “programmato” ed educato le giovani ragazze a comportarsi in modo timido e riservato (Hazukashii/Hajirai). La timidezza è entrata a far parte del loro codice morale e dell’essere giapponesi, così qualsiasi ragazza che al contrario non si comporta secondo questa modalità viene considerata come una persona di mal costume.
La riservatezza delle giovani donne giapponesi, rappresenta un’incredibile e potente attrazione per gli uomini, probabilmente perché è un atteggiamento che implica ingenuità, innocenza e vulnerabilità.
La “sindrome timidezza” ancora oggi è presente nella cultura e nella tradizione orientale: le donne e gli uomini giapponesi venivano educati in tale modo, per poi potersi rivelare riservati, modesti e pacati in presenza di altri; e ancora oggi conservano questa caratteristica che li distingue dal popolo occidentale. Ciò che nel nostro paese è considerato un difetto, in altre culture è un vero e proprio pregio e come tale viene ammirato e ricercato.
Negli ultimi tempi, anche la letteratura psichiatrica, ha spesso associato la timidezza alla fobia sociale, cioè ad una vera e propria psicopatologia che riguarda tutti i soggetti che soffrono di ansia cronica quando si trovano ad interagire con altre persone. Questo potrebbe essere un tentativo di medicalizzazione della società, al fine di eliminare emozioni e tratti comportamentali che possono essere estremi. La timidezza non va considerata una patologia, ma un aspetto normale della personalità, che riguarda la maggior parte delle persone, in tutti i Paesi del mondo.

Appena seppi, solamente, che esistevo e che avrei potuto essere, continuare, ebbi paura di ciò, della vita, desiderai che non mi vedessero, che non si conoscesse la mia esistenza. Divenni magro, pallido, assente, non volli parlare perché non potessero riconoscere la mia voce, non volli vedere perché non mi vedessero, camminando, mi strinsi contro il muro come un’ombra che scivoli via. Mi sarei vestito di tegole rosse, di fumo, per restare lì, ma invisibile, essere presente in tutto, ma lungi, conservare la mia identità oscura, legata al ritmo della primavera.
Pablo Neruda

https://www.morrisorakian.it/?p=304&fbclid=IwAR0htdp50PfwiMOaRNj-8xPihujj7fOwNViwS4ocBul7zn8oK4iFL5hMj8c

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Gli umbri, secondo Malaparte

Si ricomincia a parlare di orgoglio in maniera spietata, travolgente e metodica. Le pubblicità hanno preso la palla al balzo e la politica ne inietta una buona dose come fosse un vaccino. I mezzi di informazione e di conseguenza i social ne sono inondati ed in conclusione la gente ne fa uso smodato. Ma questo è solo l’inizio, come sempre.

Può esistere un sincero sentimento di orgoglio senza che vi sia la consapevolezza della propria identità?
Io so già la risposta.

Per quanto riguarda l’ IDENTITA’, che per me è il vero fulcro e cardine portante per tornare a splendere e liberarsi, ecco un articolo molto singolare che descrive le persone umbre durante la prima guerra mondiale.

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di Curzio Malaparte

Che tutti gli Umbri fossero matti, come già m’avevan detto, m’accorsi subito la mattina che scendemmo alla stazione di Perugia, ai primi di giugno del 1915(…).
E mi accorsi poi, nei tre anni che rimasi nella Brigata Cacciatori delle Alpi, in gran parte formata di soldati umbri, che non soltanto quelli di Gubbio, ma quelli di Perugia, di Spoleto, di Città di Castello, di Umbertide, di Terni avevan tutti, dal primo all’ultimo, e chi più chi meno, un ramicello di quella singolare pazzia che molti, chi sa mai perché tengono in conto di misticismo, e chiamano spirito virgiliano, ascetico, serafico, francescano (…).

Poi, dopo un mese trascorso nel convento di Monte Ripido, partimmo per il fronte: e furon quattro anni di guerra, sul Col di Lana, sulla Marmolada, sul Grappa, sulle rive del Piave e dell’Aisne, nei boschi di Bligny e di Verdun, sulle quote pelate dell’Asolone e dello Chemin des Dames. Tutti matti, non c’era da dubitarne: ma più degli altri quelli di Gubbio e di Città di Castello, che dicevano “tulì”, che dicevano”tulà”, che dicevano”tascpène, capitèno, mi ha fatto mèle” e si aizzavano, si mordevano, si azzuffavano tra loro, sempre ridendo, sempre vociando, ed erano i più strani soldati che io avessi mai potuto immaginare. Quelli di Assisi eran mezzi frati e mezzi contadini, camminavano con gli occhi per aria, ma non c’era pericolo che inciampassero, tanto erano abituati a considerare il cielo come un riflesso della terra, anzi dei loro campi e delle loro vigne. Quelli di Spoleto sembravano eremiti sbucati allora allora dalle spelonche e dalle selve spoletane, stavan di vedetta in ginocchio tra due sassi, come se pregassero, sparavano fucialete come se sparassero al demonio. Quelli di Terni parlavano a bocca torta, erano i più rabbiosi, gli unici in fatto di arrabbiature, di bizze e di spregi, capaci di tener testa a quelli di Perugia e di Umbertide. Lenti e tranquilli gli Orvietani, e facevan razza con quelli di Todi: gente ferma, cupa, chiusa, ma piena, al tempo stesso, di capricci, d’invenzioni, d’umori bizzarri. (…)

Una volta, a un tale che s’era buttato per terra sotto una raffica di mitragliatrici, uno di Gubbio gridò; “che male vuoi che ti faccia una palla nello stomaco, con la salute che hai?”. Un tal altro, di Umbertide, per certo torto che credeva di aver patito da un graduato, si tolse una scarpa, e per rabbia se la mise trai denti, cominciò a morderla, se la voleva mangiare, e se non gliel’avessero tolta di bocca se la sarebbe ingoiata tutta. Un altro, ferito durante l’attacco al Sasso di mezzodì, lo stesso giorno in cui morì Enzo Valentini di Perugia, si trascinava indietro urlando non di dolore, ma di rabbia. Ogni po’ si voltava verso il nemico, sputava in aria, gesticolava, rideva: e a un compagno che, con suo grave rischio, era accorso a portargli aiuto, diede un gran pugno nella testa, gridando: “ficca il naso negli affari tuoi!” e seguitò a trascinarsi per terra ridendo, sputando, vociando, e facendo sotto le raffiche delle mitragliatrici i più strani versi del mondo. Finchè vomitò sangue, e tacque.
Tutti così, tutti matti. Erano uomini pieni d’estro e di coraggio meravigliosi, e, insieme, di pazienza. Ma anche quella straordinaria pazienza era una forma della loro pazzia(…)

Erano così poco preoccupati e ansiosi della vita futura ,tanto gli Umbri sono diversi come se li immaginano gli inventori della ‘mistica Umbria’, che parlavano di morire come se si fosse trattato di andare in licenza invernale. Discorrevano di Dio e dei Santi con una singolare familiarità, ma senza ombra di sacrilegio: come di persone di famiglia, come di compaesani. Per quelli di Gubbio, Dio era di Gubbio. Per quelli di Passignan del Lago, Dio era di Passignan del Lago.

A Bligny, il terzo giorno della battaglia, quando orami tutto il bosco era pieno di migliaia di morti e di feriti, ed eravamo rimasti sen’acqua, senza pane, senza cartucce, senza bombe a mano, senza mitragliatrici, il cappellano del 52° Reggimento, Don Secondo, rincuorava i superstiti dicendo: “Dio vi guarda, ragazzi”. Un tale gli gridò: “digli che ci avesse a dà una mano!” era come se si rivolgesse non a Dio, ma a un loro ufficiale, come se chiedessero cartucce e bombe al loro Colonnello. In quel mentre il nemico tornò per la ventesima volta all’assalto con le sue tanks e i suoi lanciafamme, e tutti quei matti gli si buttarono addosso, vociando e sghignazzando. S’udivan tra gli alberi, nell’immenso bosco pieno di fumo, urli di feriti e scoppi di risa, voci terribili e strane. E in realtà il nemico fu fermato, a Bligny, non dal fuoco delle nostre poche mitralgiatrici e dei nostri scarsi cannoni, ma dalla meravigliosa pazzia di quei contadini dell’Umbria”.

http://www.umbrialeft.it/editoriali/umbri-secondo-malaparte?fbclid=IwAR22_WkwXRTnMIi8wz4v44zI5Bi3wetg0bA_fnCZrjAUuyw0h3sVIn5CLIw

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La morte dell’ignoranza

Prendo spunto da questo estratto* per definire ciò che in assoluto è il principio di tutto: La morte dell’ignoranza e delle false convinzioni.
Il cambiamento è necessariamente un momento di transizione che richiede per realizzarsi una buona dose di dolore e di conseguenza paura. Una paura che a sua volta genera consapevolezza di ciò che eravamo e di una ri-nascita, di una nuova vita. Questo meccanismo inconscio passa dal silenzio (già temuto da molti) come via da seguire per arrivare al vuoto interiore. Un concetto poco comprensibile se cercato di interpretare razionalmente, ma basilare e fulcro di qualcosa che tende al miglioramento.

* Serie televisiva degli anni settanta intitolata “Kung Fu”, che vede tra gli ideatori anche Bruce Lee.

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