Allenare la forza

Nel libro di John Little in cui sono raccolti i diari di Bruce Lee c’è molto da imparare. È per questo che trovo significativo trascriverne alcuni passaggi, cogliendone dei principi che poi posso mettere in pratica nel mio allenamento personale. In questo caso il concetto è così semplice che diventa complesso. Potrebbe essere una contraddizione, ma non lo è. Spesso e volentieri la mente ci impone qualcosa che va a limitare il nostro potenziale. In base alla mia ricerca personale è così. Mi impongo qualcosa quando invece semplicemente basta ascoltarmi per capire veramente quello di cui ho bisogno. Questo non solo in un’ottica di allenamento funzionale alle arti marziali, dove l’obiettivo è l’efficacia e poi l’efficienza del movimento. La pratica e la costanza nell’allenamento porta a dei risultati nettamente più alti, anche sotto il profilo psicologico, in particolare quando lo stress fisico non è concentrato esclusivamente al raggiungimento di un’espressione motoria giustificata dall’aspetto agonistico di una gara. Per me, che non sono un’agonista, l’allenamento è prettamente funzionale alla vita e al benessere psico-fisico. Il concetto di base comunque non cambia, esprimere il proprio potenziale vuole dire anche prendere coscienza di se stessi, e saper valutare un metodo di allenamento ottimale alle proprie caratteristiche personali. Questo richiede molta ricerca.

ESPRIMETE IL VOSTRO POTENZIALE

È importante capire che, in termini di risultati e benefici ottenuti dall’allenamento sulla forza, l’unica persona con cui potete fare dei paragoni significativi siete voi stessi. A causa delle differenze genetiche fra gli individui (come la lunghezza delle ossa, la densità della fibra muscolare, l’efficienza neuro-muscolare) i risultati che un individuo può raggiungere possono essere fisiologicamente irraggiungibili per un altro. Tuttavia, finché state progredendo nelle serie o nelle ripetizioni oppure nel lavoro eseguito in un dato tempo, siete in grado di sapere che i vostri muscoli stanno diventando più forti in conseguenza dei vostri allenamenti incentrati sulla forza.

È sempre importante considerare i vari fattori fisici nella giusta prospettiva, in modo da apprezzare appieno i benefici che derivano da un programma strutturato di allenamento della forza. È noto che i giocatori di golf più imponenti si chiedono come mai, a volte, i giocatori meno potenti riescano a mandare la pallina più lontano; questo è certamente difficile da spiegare, anche considerando, come componenti del gesto di colpire la pallina, il senso del tempo e la coordinazione. Come che sia, questo è sicuramente un buon esempio di un caso in cui la forza e la potenza, anche se importanti, hanno minor valore rispetto al altre qualità fisiche e mentali. Notate come io usi l’espressione di <<minor valore>>. Alcune persone sostengono che la potenza non ha valore in quel tipo di sport, ma ciò non è del tutto corretto. Se i giocatori meno potenti aggiungessero forza, velocità e resistenza muscolare, mantenendo lo stesso livello di abilità, il loro gioco migliorerebbe semplicemente in virtù di una maggiore efficienza fisica. Viene in mente il vecchio adagio secondo cui <<un atleta più forte è quasi sempre un atleta più bravo>>. In breve, lo sviluppo di muscoli e forza non può essere portato molto avanti senza un uso intelligente e accorto delle proprie potenzialità. Bruce Lee pensava che la forza senza abilità fosse incompleta, così come l’abilità è una parte essenziale dello sviluppo fisico di ognuno.

Tratto da “Bruce Lee. La perfezione del corpo. L’arte di esprimere al meglio il fisico e la mente.”

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Epidemiologia del suicidio

Per suicidio (dal latino sui caedere, uccidere sé stessi) si intende l’atto col quale una persona si procura deliberatamente la morte.

Quando si parla di suicidio inevitabilmente l’espressione che si manifesta sul volto è quella del dispiacere, come un qualcosa che non dovrebbe esistere e che necessariamente è sinonimo di male assoluto, del peccato più grande. La forma più meschina ed egoistica come affronto alla vita stessa.

Mi sono interessato sin dall’inizio della pandemia Covid-19 a questo argomento, e adesso che siamo nel pieno della così detta FASE 3 mi sto accorgendo di alcune cose.

Cos’è il suicidio?

Il suicidio è il gesto autolesionistico più estremo, tipico in condizioni di grave disagio o malessere psichico, in particolare in persone affette da grave depressione e/o disturbi mentali di tipo psicotico. Esso può essere determinato anche da cause o motivazioni strettamente personali, ovvero eventi quali particolari situazioni esistenziali sfavorevoli, gravi condizioni economiche e sociali, abusi fisici e psichici, delusioni amorose, condizioni di salute o di non accettazione del proprio corpo, mobbing familiare, derisioni, bullismo e cyberbullismo.

Dal punto di vista medico-psicologico, numerosi dati di letteratura indicano che è sicuramente possibile prevenire il suicidio nella popolazione generale, riducendo drasticamente il numero di morti, attraverso opportune campagne di informazione e mediante programmi e centri di aiuto e assistenza. Sociologicamente il suicidio è stato analizzato in modo approfondito da Émile Durkheim, che ha individuato quattro tipi di suicidio collegati ai gradi d’integrazione e regolamentazione sociale: egoistico, altruistico, fatalista e anomico. https://it.wikipedia.org/wiki/Suicidio

Mi sembra chiaro, leggendo la presentazione del termine, che l’argomento è molto vasto. Come in molti altri casi i fattori di rischio scatenanti sono molteplici, e cosa ancor più evidente: è sempre un effetto a catena che si manifesta al suo culmine con un gesto estremo.

Considerato quanto espresso riguardo al significato del termine “suicidio” andiamo a vedere cosa accade in questo momento:

Suicidi in aumento, l’allarme arriva dal presidente dell’Osservatorio violenza e suicidio, lo psicoterapeuta Stefano Callipo. «Stiamo registrando tantissimi casi di suicidio in questo periodo, l’ultimo a Ragusa dove un commerciante padre di tre figli si è tolto la vita. Un picco che reputiamo importante, legato alle difficoltà economiche di questo periodo e che non riguarda solo gli imprenditori ma anche le singole famiglie. Purtroppo prevedo che questo picco tenderà ancora ad aumentare». Impossibile un vero raffronto ma i numeri parlano chiaro: su 40 suicidi avvenuti in Italia dall’inizio dell’anno, 25 almeno si sono verificati sotto il lockdown da parte non solo di imprenditori ma di semplici padri di famiglia in difficoltà o preoccupati rende noto l’Osservatorio. «Non cause depressive ma motivi economici è il dato che non va sottovalutato – ancora Callipo – non solo imprenditori che non possono riaprire ma anche famiglie normali che vivono questo blocco con sempre più difficoltà. Nella sola zona della provincia di Pisa si sono registrati quattro suicidi in dieci giorni, tra fine marzo e i primi di aprile».

Un’impennata secondo Callipo rispetto all’anno scorso dove comunque i numeri erano stati in calo. «Senza tener conto dei tentati suicidi, che restano per lo più sommersi. Anche nel Triveneto zona già normalmente soggetta al fenomeno si sono registrati altri casi, ma il rischio sta aumentando e scendendo anche al centro e al sud». La triste novità è che «il motivo economico è l’evento precipitante». Secondo il presidente dell’Osservatorio, «i costi psicologici che questa emergenza covid comporterà non vanno sottovalutati, prima di dimenticare avremo cicatrici da rimarginare e di cui ci accorgeremo dopo. Ma il rischio è una epidemia suicidaria, il fenomeno è in ascesa, ora la gente inizia a toccare con mano la crisi economica, una volta che riprenderanno molti si accorgeranno che non saranno nelle condizioni di riaprire. Anche la Caritas avverte che chi chiede aiuto si è triplicato ed è cambiata la tipologia di persone, 10 milioni di italiani sono a rischio povertà. Ripeto parlo di picco perchè la concentrazione di casi a grappolo c’è stata nella stessa zona e in un contesto di emergenza, come avvenne con il terremoto di Amatrice».
L’sos arriva dopo l’allarme lanciato dall’Oms, sulla base di un’analisi secondo cui la pandemia rischia di scatenare un massiccio aumento dei casi di malattia mentale.

https://www.ilmessaggero.it/salute/focus/covid_il_direttore_dell_osservatorio_sui_suicidi_impennata_di_casi_per_motivi_economici-5228165.html

E ancora:

L’esercito di oltre 280mila vittime ufficiali del coronavirus è solo la punta dell’iceberg. Non solo perché ci sono anche quelle “ufficiose”, un secondo esercito dai contorni incerti ma comunque enorme, sconosciuto alle statistiche del virus perché nel caos dell’emergenza non ha ottenuto né tamponi né diagnosi. In queste settimane, nei prossimi mesi e probabilmente nei prossimi anni, purtroppo, ai primi due eserciti di vittime se ne aggiungerà un terzo: quello dei suicidi. Dovuti alla disperazione per quarantene e lockdown, ma anche ai contraccolpi della peggior crisi economica degli ultimi settant’anni. Che in Paesi particolarmente fragili, come l’Italia, rischia di avere tempi lunghi e dolorosi.

[…]

L’Italia travolta dal coronavirus ha davanti a sé un periodo molto difficile. Uno studio della Link Campus University di Roma segnala tra il 2012 e il 2018 quasi mille suicidi legati a motivazioni economiche. Nei primi anni si trattava prevalentemente di imprenditori, poi soprattutto di disoccupati. Quest’anno l’Osservatorio suicidi per motivazioni economiche della Link Campus riporta 42 decessi, di cui 25 nelle settimane del lockdown forzato e 16 nel solo mese di aprile, ai quali si aggiungono 36 tentati suicidi, 21 dei quali nelle settimane di isolamento forzato. Più della metà delle vittime è costituita da imprenditori. «Questa impennata risulta ancora più preoccupante se confrontiamo il dato 2020 con quello rilevato appena un anno fa – sottolinea Nicola Ferrigno, direttore dell’Osservatorio – : nei mesi di marzo-aprile 2019 il numero delle vittime si assestava a 14, e il fenomeno dei suicidi registrava la prima battuta d’arresto dopo anni di costante crescita». Oggi gli imprenditori e i lavoratori sono di nuovo tornati all’anno zero.

https://www.ilsole24ore.com/art/isolamento-e-crisi-economica-ondata-mondiale-suicidi-coronavirus-ADPf7lP?refresh_ce=1

C’è chi chiama il suicidio anche “selezione naturale”. Ovviamente questo va detto sotto voce, vista l’influenza della chiesa cattolica a riguardo, che condanna l’atto del suicidio come peccato gravissimo.

Senza entrare nello specifico, che richiederebbe un libro a tema vista la vastità delle varie tipologie, trovo decisamente realistico associare questo fenomeno alle condizioni ambientali, come causa in primis degli effetti (basti osservare il tasso di suicidi classificati nelle varie parti del mondo) ed un regime di isolamento forzato a lungo termine come concausa.

Ci tengo a precisare, come puntualmente faccio ogni volta, che le mie idee sono solo personali e non hanno in alcun modo nessun riscontro scientifico. Detto questo mi interessa, con decisione, porre l’attenzione su quella che secondo me sarà una delle più importanti conseguenze del Covid-19. Una conseguenza che andrà a manifestarsi sempre con più maggiore decisione nel tempo a venire. Da questo a quello che sarà si aprirà un mondo.

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Nella terra del vino c’è la birra

Oggi voglio parlare di una bevanda estremamente diffusa: LA BIRRA.

Prima vi comunico che, se non riuscite a visualizzare alcuni video che avevo inserito nei miei articoli precedenti, è perché li ho tolti dalla pagina YouTube. Questo per fare spazio alle video interviste della rubrica “L’angolo delle… video interviste”, compresi i test dedicati alla registrazione audio by Lago Records ed altri video che vorrei realizzare in futuro.  

Ormai da qualche anno in Italia sono nate un’infinità di birrerie più o meno piccole o medio piccole che producono birra artigianale, in tutta risposta alla grande quantità industriale dei marchi giganti di produzione. Voglio, in questo articolo, affrontare alcuni argomenti forse meno conosciuti sulla birra che mi hanno molto incuriosito. Partiamo dalla storia. Dove è nata la birra?

La birra è una delle bevande più antiche prodotte dall’uomo, probabilmente databile al settimo millennio a.C., registrata nella storia scritta dell’antico Egitto e della Mesopotamia. La prima testimonianza chimica nota è datata intorno al 3500-3100 a.C. Poiché quasi qualsiasi sostanza contenente carboidrati, come ad esempio zucchero e amido, può andare naturalmente incontro a fermentazione, è probabile che bevande simili alla birra siano state inventate l’una indipendentemente dall’altra da diverse culture in ogni parte del mondo. È stato sostenuto che l’invenzione del pane e della birra sia stata responsabile della capacità dell’uomo di sviluppare tecnologie e di diventare sedentario, formando delle civiltà stabili. È verosimile che la diffusione della birra sia infatti coeva a quella del pane; poiché le materie prime erano le stesse per entrambi i prodotti, era solo “questione di proporzioni”: se si metteva più farina che acqua e si lasciava fermentare si otteneva il pane; se invece si invertivano le quantità mettendo più acqua che farina, dopo la fermentazione si otteneva la birra.

Si hanno testimonianze di produzione della birra già presso i Sumeri. Proprio in Mesopotamia sembra sia nata la professione del birraio e testimonianze riportano che parte della retribuzione dei lavoratori veniva corrisposta in birra. Due erano i principali tipi prodotti nelle case della birra: una birra d’orzo chiamata sikaru (pane liquido) e un’altra di farro detta kurunnu. La più antica legge che regolamenta la produzione e la vendita di birra è il Codice di Hammurabi (1728-1686 a.C.) che condannava a morte chi non rispettava i criteri di fabbricazione indicati (ad esempio annacquava la birra) e chi apriva un locale di vendita senza autorizzazione. Nella cultura mesopotamica la birra aveva anche un significato religioso: veniva bevuta durante i funerali per celebrare il defunto ed offerta alle divinità.

La birra aveva analoga importanza nell’Antico Egitto, dove la popolazione la beveva fin dall’infanzia, considerandola anche un alimento ed una medicina. Addirittura una birra a bassa gradazione o diluita con acqua e miele veniva somministrata ai neonati quando le madri non avevano latte. Anche per gli Egizi la birra aveva un carattere mistico, tuttavia c’era una grossa differenza rispetto ai Babilonesi: la produzione della birra non era più artigianale, ma era divenuta una vera e propria industria, con i faraoni che possedevano persino delle fabbriche.

È interessante notare come la birra, che oggi è una bevanda “di piacere”, nell’antichità assumeva un ruolo fondamentale anche nell’aspetto sociale e ritualistico delle usanze e dei costumi tipici. Ma come era fatta e che sapore poteva avere la birra prodotto dagli antichi egizi?

La rivista Pharaon, specializzata sull’Antico Egitto, ha dedicato all’argomento uno speciale molto interessante.

Alla base dell’alimentazione degli antichi egizi c’erano soprattutto il pane e la birra. La birra era una bevanda molto comune, consumata per lo più dai contadini e dagli artigiani, ma che anche le classi agiate non disdegnavano.

Ovviamente però la birra di allora era differente da quella a noi oggi più familiare e questa diversità era legata soprattutto alle materie prime usate e alle tecniche di fabbricazione adoperate per produrla, delle quali troviamo testimonianza in pitture e rilievi parietali dell’epoca.

Gli ingredienti base erano principalmente due: l’orzo e il farro. Se nell’Antico Regno (2.755 a.C. – 2.221 a.C.) la birra veniva preparata per la maggior parte col primo ingrediente, all’epoca di Amenhotep II (Nuovo Regno) si cominciò a usare in sua sostituzione il farro. La birra prodotta con l’orzo risultava più torbida e necessitava di essere filtrata, quella prodotta col farro era invece del tutto priva di residui.

Grazie ad alcune raffigurazioni presenti nelle tombe di due nobili vissuti al tempo della V dinastia (2.650 a.C. – 2.180 a. C.), riusciamo oggi ad avere un’idea di come veniva fabbricata all’epoca questa bevanda sebbene esistessero diversi metodi per la sua preparazione.

Per ottenere la giusta fermentazione erano tre le condizioni necessarie: la preparazione del lievito, quella dello zucchero e la creazione della barriera di fermentazione.

Il lievito si ricavava da un composto alcolico preparato in precedenza. Il composto era in genere vino di datteri, ottenuto pestando con i piedi i datteri secchi. L’amido contenuto nei cereali veniva poi trasformato in una sostanza gelatinosa che, con l’aggiunta di amilasi (un enzima), veniva convertita in zucchero. La barriera di fermentazione, invece, altro non è che un meccanismo chimico per evitare la creazione di microrganismi all’interno del liquido di fermentazione.

Le scene raffigurate vicino la tomba dei due nobili illustrano la preparazione del vino di datteri e di un impasto acido di farro. La mistura viene purificata e mescolata con il vino di datteri e con un impasto ricco di acido lattico. La farina di malto si fa dissolvere in acqua e la mistura si versa in un contenitore d’argilla dove, sottoposta a decozione, dà origine al mosto di malto.

Un ruolo molto importante lo avevano quindi i grandi vasi d’argilla dove il composto veniva messo a fermentare. Prima di essere riutilizzati dovevano essere lavati e sterilizzati con argilla e cenere vegetale per non compromettere la successiva fermentazione.

La birra così prodotta 4.400 anni fa aveva un gusto simile a quello del nostro vino bianco ed era ad alto contenuto alcolico (10%).

Alcune proprietà benefiche della birra:

Un tempo era molto in voga un detto popolare secondo cui: “Chi beve birra campa cent’anni”. Questo formidabile slogan, scorporato dai suoi toni miracolistici, potrebbe non essere del tutto assurdo; la birra, infatti, è una bevanda che apporta alcune sostanze nutrienti, tra cui spiccano certe vitamine del gruppo B ed il potassio, contenuto in quantitativi più generosi rispetto al sodio.
La B6 (o piridossina) e soprattutto l’acido folico sono molto importanti per neutralizzare gli effetti negativi dell’omocisteina, un amminoacido il cui eccesso (pur con meccanismi differenti dal colesterolo) favorisce la comparsa delle malattie cardiovascolari.

Per concludere, la birra è sicuramente una bevanda con una storia antichissima. Nel corso del tempo le sue caratteristiche si sono modificate e caratterizzate in base agli aspetti culturali dei popoli che ne hanno fatto una produzione importante. Non dimentichiamo il fatto che la birra è comunque una bevanda alcolica e quindi per trarne dei benefici non si deve eccedere nel suo utilizzo. La dose massima giornaliera a persona non dovrebbe superare i 300 – 450 millilitri.

https://it.wikipedia.org/wiki/Birra#Origine_del_termine

https://www.birrainforma.it/comera-la-birra-prodotta-in-egitto-4400-anni-fa

https://www.my-personaltrainer.it/nutrizione/birra.html#2

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Ricordarsi di scrivere

Come già ho detto in altri articoli mi piace trascrivere e condividere con voi testi di particolare significato filosofico e concettuale, di natura estremamente funzionale alla vita e alla ricerca del proprio essere. Una vera condotta di vita, che necessita di coraggio e determinazione interiore. Quale testo migliore de lo Hagakure può rappresentare tutto ciò. Nonostante la durezza e l’estrema intransigenza, trovo nelle sue parole una sorta di status quietis. Forse per la necessità di cercare proprio questo tipo di intransigenza marziale che si contrappone in maniera forte e risoluta al modus operandi della società contemporanea, ovverosia la routine quotidiana che si identifica in superficialità e mancanza di valori comuni.

Probabilmente è per questo che leggendo lo Hagakure mi sento meglio, come fosse una cura di benessere. Un crogiuolo di grandi significati e risolutezza che necessita inesorabilmente di una giusta interpretazione. Non cercate qui le vostre risposte. Non leggete con l’intenzione di seguire un manuale di buona condotta. La giusta interpretazione è nell’identificarsi in tali scritture con il giusto distacco. La chiave del sapere e della ricerca risiede nella prospettiva.


Quand’ero giovane, annotavo tutti i miei sbagli in un “diario dei rimpianti”. Non passava giorno senza che lo aprissi venti o anche trenta volte. Un giorno compresi che sarebbe sempre stato così, e quindi decisi di smettere. Ancora oggi, quando medito sul giorno che è appena terminato, prima di addormentarmi, non c’è occasione in cui non riconosca di aver commesso qualche sbaglio. È quasi impossibile vivere senza fare errori. Soltanto i saccenti non vogliono ammetterlo.

[…]

Tempo fa, un tale in viaggio per Edo, alla prima sosta scrisse subito una lettera raccontando i particolari del viaggio. Di solito, quando siamo molto occupati, ci dimentichiamo di scrivere agli altri; ma costui, ricordandosi di farlo, ha dimostrato di essere migliore di noi.

Tratto da “Hagakure. All’ombra delle foglie” di Yamamoto Tsunetomo.

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La ricerca della forza

Non può mancare nella biblioteca personale di ogni artista marziale, ma più in generale di ogni appassionato di fitness e salute, un libro su Bruce Lee. Rappresenta, secondo me, la massima espressione dell’intenzione rivolta alla funzionalità. Definirlo artista marziale è anche riduttivo, è stato più un grande artista e un grande ricercatore di se stesso. Grazie ai suoi metodi e alla sua visione estremamente “avanti” rispetto al periodo in cui ha vissuto, si è ritagliato un posto nella storia che lo ha reso eterno.

Questo libro in particolare, dal quale ho estrapolato l’articolo, è molto interessante perché non è stato scritto direttamente da Lee, ma dallo scrittore di origine canadese John Little.

John Little è considerato una delle maggiori autorità mondiali su Bruce Lee, sui suoi metodi di allenamento e sulla sua filosofia; è l’unica persona ad avere avuto l’autorizzazione ad accedere all’insieme delle note personali, degli abbozzi e delle annotazioni di Lee.” (Fonte: www.ilgiardinodeilibri.it)

Il primo capitolo, che si apre con il concetto di FORZA, è anche uno dei più importanti. Molto spesso per forza viene intesa la capacità fisica di alzare pesi molto elevati, ma questo lo trovo estremamente riduttivo. La forza è un concetto molto ampio, ed è impressionante, come il metodo e la strategia di Bruce Lee era frutto di una devastante funzionalità motoria.

Per questo condivido il pensiero di Lee, e come ho detto e continuerò a ripetere: la tradizione è la radice, ma vincolare la propria crescita personale solo a questo è un limite enorme. Anche le radici crescono e si modificano a seconda del principio di forza e sopravvivenza, mantenendo sempre integra la propria identità.   


Allenarsi per la forza e la flessibilità è indispensabile. Dovete usarle per aiutare l’esecuzione delle vostre tecniche. Le tecniche da sole non sono di nessuna utilità se non le sosterrete con la forza e la flessibilità.

Bruce Lee

Verso la fine dell’ultimo film di Bruce Lee, I tre dell’operazione Drago, c’è uno straordinario monologo dell’anziano attore cinese Shek Kien. Si svolge quando il personaggio di Kien, il malvagio Han, sta parlando a Roper (interpretato da John Saxon), durante un piccolo tour del suo <<museo>> di armi medievali. Mentre camminano, Han dice:

È difficile associare questi orrori con le fiere civiltà che li hanno prodotti. Sparta, Roma, i cavalieri europei, i samurai… tutti condividevano un’ideale: l’onore della forza, perché è la forza a rendere possibili tutti gli altri valori. Niente sopravvive senza forza. Chi può sapere quali delicate meraviglie siano scomparse dal mondo per la volontà della forza di sopravvivere?

Anche se omesso dalla versione finale, nella copia della sceneggiatura di Bruce Lee, il monologo di Han continua:

Una delle idee più alte della civiltà – la giustizia – non potrebbe esistere senza uomini forti che la facciano rispettare. Infatti, che cos’è la civiltà se non l’onore dei forti? Oggi ai giovani non viene insegnato niente dell’onore. Il senso della vita come epica, della vita come qualcosa di grande, della vita come qualcosa per cui uno impara a combattere – a loro sembra stupido. Per loro la grandezza è irrilevante. I giovani non sognano più.

Dal punto di vista di un cattivo, Han fa un discorso perfettamente sensato, nel senso che è una splendida apologia delle ragioni che hanno spinto la nostra specie a perseguire ardentemente l’acquisizione della forza nel corso dei secoli. La ricerca della forza non è affatto qualcosa di antiquato; viene rispettata anche oggi, sebbene nelle sue forme più diverse: forza di carattere, forza di volontà, risolutezza, forza di fronte alle avversità, forza della pazienza, convinzione, e ovviamente, forza fisica. In tutti questi ambiti, c’è molto da imparare da Bruce Lee. Questo libro rivela i metodi che Lee ha usato per sviluppare una forza fisica così leggendaria.

Mentre la maggior parte dei suoi contemporanei considerava l’allenamento come la semplice esecuzione delle tecniche di arti marziali, il metodo di Bruce Lee coinvolgeva tutte le componenti del fitness totale.

Oltre al quotidiano allenamento nelle arti marziali, Lee faceva allenamenti supplementari per migliorare velocità, resistenza, forza, flessibilità, coordinazione, sensibilità e senso del ritmo. Infatti, in un libro pubblicato da uno dei suoi allievi, Dan Inosanto, l’autore elenca non meno di 41 tipi diversi di allenamento usati da chi pratica l’arte marziale di Lee, il jeet kune do.

Lee capì presto che il ruolo della forza nello schema generale delle cose era di vitale importanza non solo in sé (nel costruire muscoli, tendini e legamenti più forti), ma anche per il fatto che un incremento della forza muscolare implica un miglior controllo delle tecniche di colpo, maggior velocità e resistenza, muscoli più tonici e funzioni vitali migliori. Tuttavia Lee non considerava il sollevamento pesi come l’<<apriti sesamo>> del successo atletico. Lo considerava esattamente per quello che era: un aspetto importante del fitness totale che doveva essere integrato, nell’allenamento, da altri esercizi per migliorare la tecnica, la velocità, l’agilità e così via.

Bruce Lee

Tratto da “La perfezione del corpo. L’arte di esprimere al meglio il fisico e la mente” a cura di John Little.

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Vuoto

“Per coloro che sanno, il vuoto è l’unico principio su cui fondare la pratica e penetrare l’essenza del mondo, che è il nonsense.”

Nell’ultima parte del libro di Miyamoto Musashi si definisce la concezione del vuoto come chiave universale dell’anima, concepita non tanto in relazione al mistero dell’esistenza, ma intesa nel significato più stretto del “percorrere la via autentica”.

Mi concentro volutamente su termini così distanti e astrusi da tutto ciò che mi circonda ogni giorno. Parlare di vuoto e di via autentica nel contesto in cui vivo è impossibile, eppure trovo significativo contemplare questa terminologia e basare nel suo significato intrinseco gran parte della mia stabilità psicologica e caratteriale. L’universo dell’uomo è infinito, e se dovessi ascoltare i pareri della gente e metterli in atto sarebbe un vero disastro. Sento opinioni e giudizi discordanti che non si basano su di una radice di pensiero stabile e risoluta. Fluttuano e si perdono in futili improvvisazioni e attimi di istintività. Poi nel mettere in pratica tutto sfuma, e il tempo porta via anche l’ultimo dei granelli di sabbia rimasti. L’amicizia, l’amore, la speranza, l’etica personale, le proprie convinzioni morali, il buonsenso, la saggezza, tutto questo si perde. Ecco perché reputo importante saper percorrere la via autentica e cercare di cogliere nella vita il concetto di vuoto. Come dice lo stesso Musashi: <<Applicate la strategia con una mentalità ampia, e penetrate il vero nucleo della via>>.

La montagna è lì. Da quando sono nato è immobile e fiera, eppure mi sembra viva. Non parla, eppure mi sembra eloquente. Smussata dal vento nei secoli rimane se stessa, plasmata dall’esistenza. Cresce e si espande nell’infinità del tempo. Si sgretola lentamente e poi scompare. La montagna è lì, riesco ancora a vederla.

Federico Marcantoni

IL LIBRO DEL VUOTO

Illustro nel libro del vuoto la via strategica della corrente denominata <<Due spade: una scuola>>.

Il vuoto dimora dove non c’è alcuna forma o corpo (katachi). Non si può selezionare il vuoto e renderlo oggetto di conoscenza. Naturalmente, il vuoto non esiste in quanto vuoto. Conoscendo l’inesistente, si conosce il non esistente: questo è il vuoto.

Nel nostro tempo, la gente diffonde una convinzione erronea, considerando il vuoto come l’indistinto. Questo non è il vero vuoto, e tutte queste visioni sono soltanto l’espressione di una mente confusa.

Anche nella via della strategia, coloro che percorrono la via del guerriero ritengono che tutto ciò che non riescono a comprendere del loro modello e della loro arte non sia altro che il vuoto. In questo modo, facendo coincidere il vuoto con tutto ciò che non si afferra della propria tecnica si alimentano varie illusioni. Questo non è affatto il vuoto vero.

Un guerriero, per assicurarsi la conoscenza della via della strategia, deve imparare a fondo altre arti marziali, senza perdere di vista neanche per un attimo la pratica della via del guerriero. Con la mente non ottenebrata, dovete applicarvi ogni giorno e ogni ora, senza alcun cedimento o segno di pigrizia. Studiate i due aspetti della psiche: il cuore (i) e la mente (kokoro); raffinate lo sguardo nelle due direzioni: la contemplazione e la visione. Quando il cielo sarà del tutto chiaro, senza alcun offuscamento o la minima nube, conoscerete il vuoto vero.

Finché non avrete conosciuto la via autentica, non affidatevi né al buddhismo né al senso comune. Potreste pensare di aver già realizzato la via o che tutte le cose siano già perfette.

Invece, se osserviamo le cose secondo i princìpi generali del mondo, sempre validi nell’ottica della vera via, ci accorgeremo dell’esistenza di molti pregiudizi e parzialità, nonché di distorsioni effettive, che si discostano dalla vera via.

Voi, allora, cercate di conoscerne il nucleo (kokoro), e prendete come punto di riferimento fondamentale la realizzazione immediata della vera via. Applicate la strategia con una mentalità ampia, e penetrate il vero nucleo della via. Prefiggetevi di migliorare, grazie a una mentalità illuminata, giusta e comprensiva.

Cercate di considerare la via come il vuoto, e il vuoto come la via.

Nel vuoto non ci sono il bene e il male: c’è la saggezza, c’è il principio e c’è la vita. La mente è il vuoto.

Tratto da “Miyamoto Musashi. Il libro dei cinque anelli” a cura di Leonardo Vittorio Arena.

Immagine di copertina © Federico Marcantoni

E si, Consapevolezza. Ecco allora cosa stavo ricercando!

Questo articolo è stato pubblicato sulla rivista a distribuzione gratuita L’Atipico di Castiglione del Lago (PG). Da quando ho visto nero su bianco le mie parole ad oggi sono passati circa sei anni. Sono cambiate alcune cose, ma rileggendo il testo non ho dubbi sul fatto che condivido in pieno il concetto espresso. Parole come RICERCA e CONSAPEVOLEZZA riecheggiano ancora in me ogni giorno come fulcro e cardine della mia interiorità. Trovo interessante rileggere scritti di anni passati e ritrovarmi su di essi nel presente. Vi lascio all’articolo ed alla sua lettura!

Potete visitare il sito web della mia attività nata come Phonic Art rec Studio e poi LAGO RECORDS a questo indirizzo: www.lagorecords.com


Un saluto a tutti i lettori de L’Atipico,

non è mai semplice trovare le parole giuste per descrivere una tua attività sconosciuta a gran parte delle persone, ma reale, concreta e per di più nel luogo in cui sei nato e cresciuto.

Nella maggior parte dei casi è qualcosa che si realizza nel corso degli anni, ma che prende forma solo arrivando ad un punto esatto della tua vita, quando riesci a fare chiarezza nel marasma di idee e pensieri  che hai nella testa e focalizzare un preciso obiettivo.

Per me è stato così, ho iniziato come musicista e batterista ormai circa dieci anni fa, per ritrovarmi un giorno con la sensazione che qualcosa mi mancava.

Suonare uno strumento è sicuramente magnifico. Viviamo in un territorio nazionale, quello dell’Italia, che è stato ed è la culla indiscussa dell’Arte mondiale. Come per incanto però, oggi è proprio questa a pagare le conseguenze di un’ incontrollabile ignoranza e di una mancata gestione delle risorse.

La musica è un universo vastissimo, ricordo la frase di un famoso film che recita “La tastiera di un pianoforte ha un inizio ed una fine, ma su di essa ci puoi suonare melodie infinite”, quindi come espressione di sé, la musica ci permette di essere infiniti.

Beh, oltre a questo, l’infinito assoluto della musica riguarda anche altri aspetti e personaggi che ruotano intorno ad essa ma che spesso rimangono nell’ombra. Diciamocelo, di solito sentiamo parlare di cantanti, compositori, arrangiatori… ma raramente di Fonici e Tecnici.

Quello che mi mancava ho capito di poterlo trovare in questo contesto, quello della fisica del suono, un lato molto più nascosto e, verrebbe da dire, apparentemente poco artistico della musica. Questo è quello che ho pensato anche io inizialmente… poi però mi sono detto: la conoscenza ci aiuta ad essere più consapevoli di quello che stiamo facendo.

E si, Consapevolezza. Ecco allora cosa stavo ricercando!

Phonic Art Studio parte da questo piccolo preambolo, l’Arte della trasmissione del suono.

Mi sono immaginato questo concetto come un pittore che non si limita a saper dipingere e comprare i colori da qualcun altro, ma se li crea da solo, mischia e miscela polveri (missaggio) per avere a disposizione i composti che gli permetteranno di esprimersi sulla tela.

Dopo dua anni di studio presso la “Saint Louis College of Music” di Roma a Giugno 2013 mi sono diplomato in Fonia e Music Technology. Così ho avuto l’opportunità di incontrare Francesco Patruno della “Scuola di Musica Diesis”, tra l’altro anche mio primo insegnante di batteria, ed iniziare con lui da Settembre 2013 quel percorso musicale da me tanto desiderato: Studio di registrazione e Service audio.

Rimane adesso da affrontare un discorso non di poca importanza: perché registrare da Phonic Art Studio?

Nel corso degli anni quello dell’home recording è diventato un miraggio sempre meno distante per molte persone. Al contrario parecchi musicisti o aspiranti tali, hanno trovato nella tecnologia digitale una possibilità in più per registrare i propri lavori, in maniera molto immediata e limitando i costi.

Le conseguenze di questo tipo di opportunità, sfruttata oltre gli eccessi in particolar modo dagli amatori, sono state un’estrema saturazione del mercato musicale ed una minore qualità generale delle proposte discografiche.

Questo non per denigrare quello che è l’uso del digitale in ambito professionale, anzi è bene saper utilizzare questo tipo di tecnologia dalle molteplici possibilità, ma sempre e comunque in maniera consapevole.

Basta ascoltare dischi degli anni’60-70 di quei gruppi che hanno fatto la storia e renderci conto che sembrano registrati l’altro ieri! All’epoca ancora non esisteva la sintesi digitale del suono, e non intendo sintetizzatori Moog dei primi anni Sessanta, ma quello che riguarda lo Studio di registrazione. Si lavorava in analogico con bobine e nastri e l’editing delle parti non era così immediato. Di sicuro non avevano a disposizione la tecnologia che abbiamo oggi, ma era sempre ben presente una cosa fondamentale, la professionalità.

Quello che distingue il lavoro in studio è l’approccio professionale e consapevole del Tecnico, quindi la scelta di come microfonare gli strumenti, la preparazione ambientale del luogo in cui vengono effettuate le riprese, la scelta del materiale tecnico da utilizzare, sono tutte cose che vanno ad influire immancabilmente sul risultato finale che si vuole ottenere. Lo Studio di registrazione è un vero e proprio strumento in più per il musicista che intende avvicinarsi ad un suono che sia suo, personale e caratteristico.

Tutto questo è da considerarsi valido anche per situazioni live, non solo musicali ma di qualunque altro genere, in cui le dinamiche e i tempi di lavoro sono completamente diversi, ma anche in quel contesto la professionalità del Tecnico e la strumentazione utilizzata fanno la differenza.

Con Phonic Art Studio quindi, mi pongo come obiettivo quello di offrire un Servizio che permetta di caratterizzare e rendere personale l’espressività di un’ idea, che si trasforma in musica, in colore e suono.

Per esperienza personale ho conosciuto realtà che purtroppo giocano su questo concetto, cercando di farsi pagare dai gruppi in maniera sproporzionata per dei lavori sicuramente meno dispendiosi. Parecchie persone si frenano e non sanno cosa vuol dire registrare in Studio, pensando che i costi siano esagerati e non alla portata di tutti. Come in una qualsiasi Attività che fa dell’onestà un suo punto di forza, credo sia giusto definire un percorso chiaro e personalizzato in base alle esigenze ed al tipo di lavoro richiesto, permettendo a tutti di concretizzare una propria idea nel miglior modo possibile.

Immagine di copertina © Federico Marcantoni

Il suono delle parole, poesia

Condivido con voi alcuni versi del poeta giapponese Shinkichi Takahashi. Si può considerare come unico grande poeta Zen della moderna letteratura giapponese. Buona lettura!

Mare dell'oblio

Futuro, passato, il mare
dell'oblio,
mentre il presente è capovolto.
Il sole divide in due
il mare -
una metà è già imbottigliata.

Gambe allungate sulla spiaggia,
una donna sente
il granchio del ricordo
salirle strisciando sulle cosce.
Da qualche parte
il suo amante sta annegando.
Sporchi di sabbia, bagnandosi
nei sogni,
i giovani balzano l'un contro l'altro.

Eternità

Ghiaccio sulle grondaie, il passero si scioglie sulla mia testa
si è schiantato informe, nessuna traccia di cervello.
Lungo viaggio del passero. Ora fiori lungo la strada,
giovanette che stringono al petto spighe di grano.
(Una volta sola uno sparo indistinto fluisce verso le nubi).
Il passero sbattè le palpebre: alla deriva sul mare illuminato
                                                                                   [dalla luna,
una donna, gambe polipo braccia, ondeggia mordendo
i neri occhi. Nessun bisogno d'aggrapparsi, nessun confine,
profondità, superficialità - il sole si muove
attorno all'ombelico, le galassie fanno ruotare la spina dorsale.
La neve raggiunge i fianchi, le cosce sono dure dal gelo.
(Dolce come il pesce, com'è fresco il soffio della morte).

Pecora

Svegliandosi sull'erba, la pecora, la capra
stanno immobili - com'è bello non far nulla.
Il corvo fa la posta da un ramo morto.
La pecora potrebbe preoccuparsi meno - vita, morte
tutto si limita a dov'essa sta sdraiata
soffice calda lana. La capra bela,
le corna illuminate dal sole. Che c'è di meglio 
del calore? La pecora è assorta, spartisce
il suo stupore con la capra, con il corvo.

Conchiglia

Nulla assolutamente nulla
è nato,
muore, la conchiglia ripete ancora
e ancora
dal profondo della sua cavità.
Il suo corpo
spazzato dalla marea - e allora?
Dorme
nella sabbia, asciugandosi al sole,
bagnandosi
sotto la luna. Nulla a che fare
con il mare
od altro. Ancora
e ancora
svanisce con l'onda.

Tratto da “Poesie Zen” a cura di Lucien Stryk e Takashi Ikemoto.

Immagine di copertina © Federico Marcantoni