Landscape | Fotografia di paesaggio

Le fotografie che ho deciso di pubblicare in questa raccolta sono state scattate nel corso di vari anni, e comprendono diverse location nel bacino del centro Italia, in particolare Umbria e Toscana. La fotografia di paesaggio è per me territorio fertile, dal quale attingere con grande ispirazione. In questo approccio fotografico ho trovato una vera e propria forma di meditazione che mi ha permesso di rigenerarmi e scoprire nuovi stimoli artistici.

Photo © Federico Marcantoni

Melancholy | Fotografia artistica

In questa raccolta fotografica ho voluto imprimere maggior forza sull’aspetto di emozione interiore. Malinconia che esprime una sensazione di sano benessere introspettivo, senza per forza sfociare nella tristezza. Trovo il bianco e nero perfetto per veicolare questo splendido sentimento. Il formato quadrato dell’immagine (1:1) mi ha permesso di creare ancora più intimità con l’osservatore.

Photo © Federico Marcantoni

Fotografia d’arte | Fine Art Photography

Una raccolta di fotografie che ho scattato nel corso di vari anni e in varie location italiane ed europee. Ho scelto il bianco e nero per l’aspetto drammatico che riesce a trasmettere, credo sia qualcosa di molto personale e suggestivo.

Vi invito a seguire la pagina YouTube per nuovi video, a commentare e condividere i miei lavori se vi sembrano interessanti. Per acquistare le mie foto o altre info scrivetemi pure tramite le pagine social o direttamente per e-mail: federico_marcantoni@libero.it

◉Instagram https://www.instagram.com/f.marcantoni/

◉Blog Personale https://www.federicomarcantoniblog.com/

◉Pagina Facebook https://www.facebook.com/federicomarc…

◉Lago Records – Produzioni Audio http://lagorecords.com/

Photo © Federico Marcantoni

Spiriti Giapponesi: Sanjakubo

Il Giappone è il Paese dei Mille Dei: la tradizione vuole che praticamente tutto abbia un’anima, inclusi oggetti creati dall’uomo, rocce e piante. Una tradizione folkloristica tanto ricca e variopinta, che comprende spiriti della natura, spettri, anime vaganti, demoni e divinità tutelari. Per molti aspetti lontana dal nostro sentire occidentale, la mitologia popolare giapponese è anche un ricco campionario di umanità, di luoghi, sitazioni e personaggi.

Il sanjakubo (bonzo di tre shaku) del monte Akihasan, nell’Enshu (o Totomi, l’attuale zona di Shizuoka), potrebbe essere tanto un tengu* quanto un kami**. La vicenda si riferisce ai primi anni dell’era Kan’en (1748-1750). Hasegawa Ukon, un monogashira (comandante di un drappello di arcieri o fanti) proveniente da Kishu (oppure Kii-no-kuni, l’attuale zona tra Mie e Wakayama), durante un pellegrinaggio, decise di tentare la scalata dell’Akihasan.

La notte precedente, com’era sua consuetudine, aveva pernottato in una locanda ai piedi della montagna. Sapendo che quella zona era rinomata per i fagiani, Ukon ordinò al padrone della locanda di cucinarne alcuni e di servirli al suo gruppo. Tuttavia, l’uomo cercò di dissuaderlo, dicendogli che sarebbe stato più prudente lasciar perdere le creature della montagna e dedicarsi allo shojin ryori, un tipo di cucina prevalentemente vegetariana ispirata al precetto buddista della non violenza su altri esseri viventi. Cercò inoltre di convincerlo che la zona pullulava di strani esseri. Tuttavia Okon gli rispose orgoglioso: <<Io sono un pellegrino e poiché il sanjakubo è un kami, non dovrebbe esserci ragione per cui debba odiare uno che si nutre di pescato o cacciagione>>.

Il padrone della locanda si rassegnò e preparò ciò che gli avevano chiesto. Il drappello contava sedici elementi, tutti notevolmente affamati.

Il giorno seguente il gruppo dette inizio alla scalata, ma trascorsi circa otto o nove minuti, la zona venne completamente avvolta dalla foschia. La nebbia si fece così fitta che non si riusciva più a distinguere nulla, nemmeno a un palmo dal naso. Il gruppo fu quindi impossibilitato a proseguire la scalata. I sedici uomini ebbero l’impressione di essere respinti dalla montagna. Mancavano circa cinque o sei ri*** per giungere al picco ma il gruppo ridiscese e decise di pernottare ai piedi della montagna. Nessuno si era procurato ferite, tuttavia non ebbero più il coraggio di ritentare la scalata. Vi sono altri rei**** che dimorano sullo Akihasan. Comunque sia, se degli uomini di condotta ambigua tentassero di scalarlo, troverebbero senz’altro degli ostacoli pronti ad aspettarli.

*Creature fantastiche dell’iconografia popolare giapponese.

**Divinità, nume, o spirito soprannaturale.

***Antica unità di misura giapponese relativa alla distanza; 1 ri equivale a circa 3,9 Km.

****Spiriti.

Tratto da “Enciclopedia degli Spiriti Giapponesi” di Shigeru Mizuki.

Immagine di copertina presa dal web.

Il significato della morte

La ritualizzazione della morte è argomento di antropologia culturale, significativo e di grande intensità sociale. In un mondo in cui la fine viene vissuta con distacco e superficialità, i principi profondi e autentici di un popolo che ha saputo interiorizzare l’essenza delle cose, nella loro forma più eterea, risultano magici e paradossalmente più ancorati al terreno. Questo è di grande ispirazione.


Il significato della morte

Il nostro atteggiamento nei confronti della morte, da intendersi come prova e sfondo della vita, è del tutto coerente con il nostro carattere e la nostra filosofia. Certo non dubitiamo mai della natura immortale dell’anima o dello spirito umano, ma non ci preoccupiamo neanche di riflettere sul suo probabile stato o sulla condizione in una vita futura. L’idea di un <<terreno di caccia fertile>> è moderna, e probabilmente presa in prestito o addirittura inventata dall’uomo bianco. In origine ci accontentavamo di credere che lo spirito che il Grande Mistero ci soffiava dentro ritornasse al Creatore, e che dopo essere stato liberato dal corpo fosse dappertutto e si diffondesse in tutta la natura.

Così la morte non suscita terrore in noi. Le andiamo incontro con semplicità e calma perfetta, aspirando solo a una fine onorevole come ultimo dono alla nostra famiglia e discendenza. Per questo sfidiamo la morte in battaglia ma consideriamo una disgrazia essere uccisi in una lite privata.

Quando una persona sta per morire a casa, si usa portare fuori il letto quando la fine è prossima, in modo che lo spirito possa partire nel cielo aperto.

A parte questo, la cosa che più ci preoccupa è la separazione dei nostri cari, soprattutto se abbiamo dei bambini piccoli che lasciamo e che si trovano così in difficoltà. I nostri legami di famiglia sono forti, così quelli che restano piangono a lungo i defunti, anche se abbiamo una fede incrollabile nei legami spirituali e crediamo che lo spirito del morto resti accanto alla tomba o al <<fagotto>> degli oggetti rituali, dove consola gli amici e riesce a udire le preghiere.

I nostri segni esteriori di lutto sono più spontanei e convincenti della semplice ed educata consuetudine di portare abiti neri nei paesi civili. Uomini e donne si sciolgono i capelli e se li tagliano secondo il grado di parentela con il morto e di devozione.

Coerenti con l’ideale di sacrificare bellezza e ornamenti personali, tagliamo dagli abiti le frange e le decorazioni, accorciamo gli indumenti o tagliamo la coperta o la tunica in due.

Gli uomini si anneriscono il viso, e le vedove o gli altri parenti a volte si praticano dei tagli su braccia e gambe, finché non sono coperti di sangue. Abbandonandosi completamente al dolore, non si curano più dei beni terreni, e spesso si disfano di tutto ciò che possiedono, perfino dei letti e della loro casa, donandoli ai primi venuti.

I lamenti per i defunti si protraggono notte e giorno fino a perdere la voce; è uno strano suono, musicale e straziante, paragonabile a quello dei popoli celtici in lutto.

Ricordo un costume commovente da noi, nato con lo scopo di tenere viva e presente la memoria del defunto nella casa che aveva subito il lutto. Una ciocca di capelli dell’amata persona scomparsa era avvolta nel tessuto più bello, che si presumeva avrebbe amato indossare da viva. Questo così detto <<fagotto dello spirito>> era sospeso a un treppiede e occupava un posto d’onore nell’abitazione. A ogni pasto un piatto di pesce gli veniva messo accanto, e una persona dello stesso sesso e della stessa età del defunto doveva poi essere invitata a consumare il cibo. Un anno dopo la morte, i parenti organizzavano una festa pubblica e regalavano il tessuto e altri doni, mentre la ciocca di capelli era sepolta con particolari cerimonie.

Anche l’uccisione di un nemico richiedeva il giusto rispetto per i morti. Anche se non era considerato un peccato togliere la vita a un nemico in battaglia, l’uccisore di quell’uomo doveva comunque stare in lutto trenta giorni, annerendosi il viso e sciogliendosi i capelli secondo le consuetudini. Questo lutto rituale era un segno di rispetto per lo spirito del defunto.

Avevamo una tale venerazione per lo spirito scomparso che evitavamo perfino di nominare il morto ad alta voce.

Tratto da “La saggezza degli Indiani d’America” a cura di Kent Nerburn.

Immagine di copertina presa dal web.

Ansel Easton Adams

Tra i grandi maestri della fotografia di paesaggio Ansel Adams è stato sicuramente uno dei più importanti precursori. La sua ricerca della perfezione stilistica e della definizione estrema di ogni particolare dell’immagine è storia e leggenda. Osservando i suoi scatti riesco a cogliere la maestosità dei paesaggi americani impressionati con grande abilità su gelatina d’argento. Si percepisce palesemente l’amore per la sua terra, il grande rispetto e la spiccata sensibilità per quelle forme sinuose, morbide e allo stesso tempo forti e salde che caratterizzano la maggior parte dei suoi lavori.

Ho voluto inserire Ansel Adams nei miei articoli dedicati ai grandi fotografi perché oltre alla maestria tecnica e stilistica, traspare nella sua determinazione artistica un sentimento vero e genuino nei confronti del paesaggio americano. In questo caso la fotografia non è utilizzata come mezzo per enfatizzare (in maniera del tutto egoica) colui che scatta, ma al contrario, quello che traspare è la potenza universale della natura.


Nel 1916, Ansel Adams scatta le sue prime fotografie durante un soggiorno di vacanza al Yosemite National Park della California. Già allora si annunciano i contenuti della sua futura attività artistica: il collegamento tra l’interesse per la fotografia e l’amore e l’impegno nei confronti del paesaggio americano.

In un primo momento, tuttavia, Adams sceglie di studiare pianoforte. Solo grazie all’incontro con Paul Strand nel 1930 scopre nella fotografia il suo vero mezzo espressivo. La visione di Strand di una fotografia pura colpisce profondamente Adams e lo rafforza nelle sue intenzioni. Nel 1932, insieme ai fotografi Imogen Cunningham, John Paul Edwards, Sonya Noskowiak, Henry Swift, Willard van Dyke ed Edward Weston, costituiscono il gruppo <<f-64>>. I membri si schierano in modo dogmatico a favore di una fotografia caratterizzata dalla massima profondità di campo e accuratezza dei dettagli.

Affascinati dalle precise possibilità descrittive offerte dal proprio mezzo, prediligono primi piani di singoli motivi. In questa tradizione del <<close-up>> rientra anche la fotografia di Adams Rosa su legno galleggiante.

Rosa su legno galleggiante, Ansel Adams 1933

Nel 1941 il fotografo mette a punto il suo <<Sistema a zone*>>, uno strumento per determinare il tempo di posa e di sviluppo, che consente una gradazione ottimale delle componenti del grigio. Adams illustra le proprie concezioni e tecniche in numerosi libri e seminari. Nel 1946 fonda l’istituto di fotografia all’interno della California School of Fine Arts di San Francisco. Nel 1962, sceglie di vivere in pianta stabile nelle Carmel Highlands.

Come fotografo di paesaggi, Adams ha trascorso gran parte della sua vita nei parchi nazionali americani, cui ha dedicato oltre 24 volumi. La sua attività non si è limitata alla fotografia fine a  se stessa, ma ha sensibilizzato il pubblico alla causa dei parchi: egli ne ha sostenuto infatti il mantenimento e contributo all’istituzione di nuovi.

*Il Sistema Zonale, ideato da Ansel Adams è un metodo per la fotografia bianconero pubblicato per la prima volta nel 1940, che permette di tradurre ogni particolare della scena secondo una precisa densità di grigio decisa dalla creatività del fotografo. Il Sistema Zonale, opera mediante un’esposizione puntuale in sinergia con una post-produzione (sviluppo e stampa) adeguata al risultato prefissato.

(https://it.wikipedia.org/wiki/Sistema_zonale)

Tratto da “Fotografia del XX secolo”, Museum Ludwig (Colonia).

Canyon de Chelly, Ansel Adams 1942

Immagine di copertina presa dal web (Ansel Adams, 1950 circa).

Parole e silenzi

Quello delle parole e dei silenzi è un concetto veramente poco applicato nella società contemporanea. Nel paese in cui vivo le parole e i silenzi non sono visti di buon occhio. Nonostante esista una sorta di commercializzazione spirituale, e molte persone si siano avvicinate a pratiche più o meno interiori, rivolte principalmente al rilassamento come “cura” allo stress dei ritmi quotidiani, non è minimamente contemplato il meccanismo per il quale il respiro, abbia necessariamente bisogno (per sua natura) di un momento di inspirazione e uno di espirazione. Come per il respiro anche le parole necessitano di tale meccanismo. Oltre al parlare vi dovrebbe essere un momento di silenzio in cui si dovrebbe pensare, prima di esprimere parola. Il silenzio invece viene vissuto come qualcosa di negativo. Nella comunicazione verbale la pausa innesca subito la risposta dell’interlocutore che a sua volta, non ascolta il ragionamento dell’altro, ma impone il proprio, senza che vi sia un vero scambio tra le parti.

Al silenzio vengono inoltre associate forme di introversione o addirittura depressione, fino all’assurdo in cui la timidezza viene vista come fosse una malattia (vi rimando all’articolo https://federicomarcantoniblog.com/2020/04/14/la-timidezza-non-e-una-disabilita/).

In una società in cui il ritmo di vita è sempre più sostenuto come, di conseguenza, anche quello della comunicazione, il rischio di una saturazione veicolata da una quantità eccessiva di stimoli è già una realtà.

Così facendo si perde di vista il silenzio, fondamentale della parola e di una qualità umana che, aimè, è sempre più una rarità.

Non servono molte parole per dire la verità.

Capo Giuseppe (Nez Percé)

Il silenzio aveva un significato per il Lakota, e fare una pausa di silenzio prima di parlare serviva a dimostrare vera cortesia e a rispettare la regola secondo cui <<il pensiero precede la parola>>.

Al cospetto del dolore, della malattia, della morte o di ogni genere di sventura, e in presenza di ciò che è grande e illustre, il silenzio era un segno di rispetto. Per il Lakota era più potente delle parole.

La stretta osservanza di questo principio di buona educazione era, senza dubbio, la ragione per cui l’uomo bianco l’aveva considerato a torto imperturbabile. Il Lakota è stato giudicato ottuso, stupido, indifferente e insensibile. Era invece il più compassionevole degli uomini, ma le sue emozioni profonde e sincere erano temperate con il controllo. Il silenzio significava per il Lakota ciò che significava per Disraeli quando dichiarò che <<il silenzio è la madre della verità>>, perché dell’uomo silenzioso ci si può fidare, mentre l’uomo sempre pronto a parlare non va preso sul serio.

Capo Luther Orso in Piedi

Sioux Oglala

Tratto da “La saggezza degli Indiani d’America” a cura di Kent Nerburn.

Immagine di copertina presa dal web.

Endre Ernő Friedmann

Per la rassegna “GRANDI FOTOGRAFI” è doveroso citare una leggenda nel campo della fotografia di reportage. Considerato il più grande fotografo di guerra, Robert Capa è stato un maestro nel saper cogliere l’attimo. Insieme a Cartier-Bresson (https://federicomarcantoniblog.com/2020/05/27/henri-cartier-bresson) rimane uno dei fotografi che ammiro di più. Grazie alla sua capacità Capa, ha portato il concetto di fotografia dinamica ad un altissimo livello. Qui l’immagine è clamorosa e potente.


Robert Capa studia scienze politiche dal 1931 al 1933 all’Università di Berlino. Fotografo autodidatta, nel 1931 lavora già come assistente per Ullstein e dal 1932 al 1933 per Dephot (Deutscher Photodienst, il servizio tedesco per la fotografia). Nel 1933, si trasferisce a Parigi dove assume il nome di Robert Capa e svolge l’attività di freelance. Le sue fotografie della guerra civile di Spagna risvegliano grande attenzione: la prima serie contiene già Morte di un repubblicano spagnolo*, la sua opera finora più famosa e più discussa. Per tutta la vita rimane fedele al mestiere dell’inviato di guerra: soggiorna in Cina, Italia, Francia, Germania e Israele. Il 25 maggio 1954 viene ucciso a Thai-Binh (Vietnam). La sua morte è la tragica conseguenza del suo principio: <<Se le tue fotografie non sono abbastanza belle, non sei abbastanza vicino>>. La sua capacità di sintetizzare con una sola immagine i sentimenti e il dolore di un popolo dilaniato dalla guerra civile o dalla rivolta suscita grande ammirazione. Tutte le sue opere hanno un elemento in comune: testimoniano il fascino che su di lui esercita l’uomo sempre in bilico tra la volontà di vivere e la propensione all’autodistruzione. La grande passione per il suo lavoro ne ha fatto il più famoso inviato di guerra del secolo: Capa ha senza dubbio fatto scuola e costituito un esempio da imitare non soltanto nel campo della fotografia, poiché la sua opera è al tempo stesso un manifesto contro la guerra, l’ingiustizia e l’oppressione. Nel 1955 è stato istituito il premio Robert Capa-Gold-Medal-Award in sua memoria e a lui si deve l’International Fund for Concerned Photography. Il fratello Cornell Capa ha fondato l’International Center of Photography di New York anche per conservare le opere di Robert e per renderle accessibili al grande pubblico.

Tratto da “Fotografia del XX secolo”, Museum Ludwig (Colonia).

*Vi sono molte controversie sulla veridicità di alcune foto attribuite a Capa. Una di queste è proprio l’immagine del miliziano colpito a morte che, a quanto pare, sarebbe stata scattata da un’assistente del fotografo.

https://www.quotidiano.net/cultura/miliziano-foto-capa-1.803302

Miliziano colpito a morte, Cordova 1936

Il potere della mente

Difficile dire quali siano le nostre reali capacità. Ci sono persone che nascono con un dono, o sono semplicemente “portate” in quello che fanno. Il potere della nostra mente è un mistero molto profondo. Il mio percorso mi ha portato a cercare di esplorare e capire il funzionamento della mente in base a diversi stimoli. Questo è un universo infinito. È importante mettersi alla prova e cercare di non “abituare” la mente a ciò che già pensiamo di conoscere. Ho capito come l’aspetto psicologico sia determinante al di là della preparazione fisica. Saper leggere prima di tutto nella propria mente, gestire le emozioni e indirizzare il pensiero focalizzato fa parte di quello che in molte culture antiche chiamano principio di autoguarigione.


UN BUON SONNO NOTTURNO

Se avete avuto una giornata emozionante, la sera sarete stanchi morti e probabilmente vi addormenterete subito, ma la vostra mente continuerà a lavorare a pieno ritmo. Se qualcuno osservasse i vostri occhi mentre state dormendo, si accorgerebbe che sono in piena attività. Come mai alcune mattine vi svegliate stanchi e altre, invece, ben riposati, anche se in entrambi i casi avete dormito per lo stesso numero di ore? Vi svegliate stanchi, perché durante la notte la vostra mente ha continuato a lavorare, impegnata in ogni genere di sogni e desiderosa di comunicarvi qualcosa. Al mattino, comunque, vi alzate, ma durante tutta la giornata non fate altro che trascinarvi. Perfino al lavoro, anche se conoscete perfettamente le vostre mansioni, non riuscite a rendere quanto dovreste.

Come si possono affrontare questi problemi interiori? Prima di andare a dormire rilassate il vostro corpo. Non è importante come lo fate, potete iniziare partendo dalla cima della testa fino a raggiungere la punta dei piedi o viceversa. Cercate di rilassare i muscoli uno a uno e, mentre lo fate, inspirate lentamente e profondamente. Inspirate pensieri calmanti e confortanti, come se un dolce vento entrasse dentro di voi, accarezzandovi e cullandovi in un sonno profondo e riposante. Quando espirate, immaginate di spingere fuori da voi tutte le tensioni e lo stress accumulati nel corso della giornata. Liberatevene, mandandoli nell’atmosfera e mettete da parte tutte le questioni irrisolte, anche perché, in ogni caso, l’indomani saranno ancora lì ad aspettarvi. Per ora mettete tutto da parte e occupatevi del vostro corpo; fate in modo che abbia un buon riposo. In questo caso non solo rilassate il corpo, ma anche i pensieri e i sentimenti che vi accompagnano.

Mentre siete sdraiati, ringraziate per la giornata che avete trascorso e chiedete un tranquillo e buon riposo. Mettete tutto nella vostra consapevolezza conscia e, quando vi sentirete rilassati, entrerete in un sonno profondo. Il giorno dopo sarete pieni di energia. Potreste anche vedere i vostri problemi da un altro punto di vista. Ciò di cui non riuscite a vedere la fine diventerà una piccola luce che vi indicherà la via di uscita dal tunnel. Potete fare qualunque cosa per voi stessi.

Sappiamo poco dei poteri della nostra mente, ne conosciamo solo una piccolissima parte. Non è che la nostra mente sia piccola, è solo che non abbiamo fiducia in essa e non la utilizziamo in maniera adeguata. La mente ha il potere di fare tutto. È meglio di qualsiasi medicina miracolosa scoperta fino a oggi.

Tratto da “Il vento è mia madre. Vita e insegnamenti di uno sciamano pellerossa” di Bear Heart e Molly Larkin.

Immagine di copertina presa dal web.