Henri Cartier-Bresson

Ho avuto l’opportunità di osservare alcune delle opere fotografiche di Cartier-Bresson a Roma nel 2014, in occasione della mostra a lui dedicata al Museo dell’Ara Pacis. Autori di spessore così sublime vanno visti ed osservati almeno una volta nella vita, un’po’ come la Mecca per i musulmani.

Dei tanti fotografi che hanno fatto la storia di quest’arte, lui secondo me rimane il migliore. Oltre che per estro ed incantevole magnificenza nel saper cogliere l’attimo dalla realtà renderlo eterno e fissarlo nella memoria, la sua peculiare e duttile attitudine poliedrica mi incanta e rassicura.

Un artista che non gioca tanto con la tecnica, rischiando così di banalizzare le sue opere come fossero meri esercizi accademici, ma anzi ne plasma a suo vantaggio le caratteristiche intrinseche. Le distrugge e le ricompone mettendo in luce la genialità dell’uomo e la sua estrema e vivace sensibilità nel momento decisivo. Questo è un vero artista. Un esteta dell’anima! L’uomo prima della tecnica, la profondità misteriosa dell’estro artistico espletata al di fuori dell’abisso, come forma universale di amore, passione e determinazione spirituale. Tutto questo in alcuni scatti fotografici, o nei fogli di carta con disegni e pitture. Ecco come un uomo può diventare superuomo: dimenticandosi delle leggi fisiche e dinamiche, semplicemente naviga attraverso di esse, guidato dalla propria bussola interiore e dall’istinto del soprannaturale. Un’esperienza che solo pochi uomini illuminati hanno la capacità di padroneggiare, senza perdersi inesorabilmente nell’infinità dell’universo interiore.


Cartier-Bresson è una vera e propria leggenda. Nessun altro fotografo è stato citato tanto spesso come esempio di una delle grandi possibilità di quest’arte: immortalare il momento, non un attimo qualsiasi, come nel 99% delle milioni di fotografie scattate ogni giorno, ma <<le moment décisif>>, il momento decisivo che contiene in sé l’essenza di una situazione.

[…]

Negli ultimi anni della sua vita Cartier-Bresson ha abbandonato la fotografia per tornare alle sue passioni originarie: la pittura e il disegno. Chi se ne dispiace però non ha forse preso sufficientemente sul serio le sue affermazioni: <<In realtà la fotografia di per sé non mi interessa proprio; l’unica cosa che voglio è fissare una frazione di secondo di realtà>>.

Il Museum Ludwig di Colonia è entrato in possesso, con la donazione Gruber, di alcune delle opere più famose di Cartier-Bresson, come ad esempio “Campo di prigionia di Dessau, Germania” nella quale il fotografo coglie il momento in cui un’ex prigioniera riconosce colui che l’ha denunciata e portata nel campo di prigionia, o “Rue Mouffetard, Parigi” con cui ritrae una scena di strada: un ragazzino che, con un’espressione d’orgoglio sul viso, porta a casa due bottiglie di vino rosso o, infine, “Il battelliere della Senna”, un’opera pubblicata e ripubblicata, attraverso la quale possiamo curiosare nella cabina di una chiatta, con il battelliere in primo piano che, nell’apertura della porta, guarda verso la sua famiglia e il cane che, pieno di aspettative, sembra anch’esso essersi messo in posa.

La fotografia più pubblicata è, invece, “Domenica sulle sponde della Marna”, un’opera in cui è sintetizzato l’idillio del picnic domenicale: la superficie del fiume è liscia come quella di un lago e dalla barca si protendono alcune lenze, mentre due coppie siedono sull’erba volgendo la schiena all’osservatore; i piatti sono vuoti e si versa l’ultimo bicchiere di vino rosso. La scena comunica un senso di pace e contiene tutto il necessario per un picnic alla francese. Tutte le fotografie di Cartier-Bresson sono intrise di una particolare tensione. In “Shanghai”, per esempio, si percepisce chiaramente l’accalcarsi della folla a uno sportello di banca: è come se questa angustia si fosse trasmessa all’immagine e il fotografo avesse cercato di comprimervi il maggior numero possibile di persone. Di particolare interesse è anche il ritratto di Alberto Giacometti: con una scultura tra le mani, l’artista è immortalato mentre cammina nello studio e la sua figura protesa in avanti e sfumata nei contorni pare simile a quella della scultura in primo piano, raffigurante un uomo che cammina. Chi finora non avesse capito Giacometti, lo capirebbe dopo uno sguardo alla fotografia di Cartier-Bresson.

L’artista francese non perdeva occasione di ripetere che non si può imparare a fotografare: dotato di grande intelligenza e di notevole capacità di reazione, rivelava nelle situazioni che catturavano il suo interesse una sensibilità che gli consentiva di trovarsi al momento giusto nel posto giusto e di scattare quando la situazione raggiungeva l’apice, riuscendo a strappare alla fugacità un frammento di realtà, a gabbare, per così dire, il tempo. La concezione di Cartier-Bresson si fondava sull’assunto che la fotografia è in grado di riprodurre la realtà e che in essa si nasconde la possibilità della verità. Il suo modo di fare fotografia era possibile soltanto a partire da questo presupposto, perché il momento in cui egli parlava, quello <<decisivo>>, era tale soltanto in base alla situazione vissuta e richiedeva quindi un rapporto diretto con la realtà per poter essere inteso come tale. In questo senso Cartier-Bresson è stato un acuto osservatore, un uomo dall’occhio sapiente, che sa che cosa vuole e che cosa gli interessa.

Tratto da “Fotografia del XX secolo”, Museum Ludwig Colonia.

Henri Cartier-Bresson Rue Mouffetard, Parigi 1958

Immagine di copertina presa dal web (Henri Cartier-Bresson).

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