La timidezza non è una disabilità

Qualche anno fa sfogliando per caso una rivista lessi un articolo che mi colpì molto. Mi incuriosì il fatto che parlasse di timidezza, ma ancora di più che ne parlasse secondo l’interpretazione culturale e morale giapponese. Quell’articolo cambiò qualcosa in me, in qualche modo mi dette una conferma. Una conferma che ho ritrovato più volte in articoli o libri che ho letto e che descrivono magicamente un mio pensiero personale.
La magia si realizza quando nel contesto in cui sono nato e cresciuto non ho mai ritrovato tutto ciò. Sentirmi un “pesce fuor d’acqua” mi ha dato la possibilità di concentrarmi più sulla ricerca di me stesso (ascoltarmi) piuttosto che sul farmi conoscere.
Certo, il gioco del funambolo è un gioco pericoloso e bisogna stare molto attenti, ma con il buon senso e l’intelligenza si può fare un grande lavoro interiore.

Purtroppo non ho ritrovato quell’articolo, ma questo estratto ne descrive evidentemente lo stesso concetto. Ricordatevi che timidezza ed introversione sono due cose distinte e molto importanti.

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A cura Dott. Morris Orakian, Psicologo Pomezia

Siamo tutti spettacolari. Siamo tutti timidi. Siamo tutti in grassetto. Siamo tutti eroi. Siamo tutti impotenti. Dipende solo dal giorno.
(Brad Meltzer)

La timidezza è una caratteristica della personalità che dipende dal temperamento e dal tipo di esperienze che la persona ha vissuto. E se siamo abituati a vedere la timidezza come un problema da estirpare è solo perché la società ci vorrebbe tutti forti, spavaldi e sicuri e quindi la timidezza viene concepita come un “deficit” e chi è timido come qualcuno da “guarire”.
La persona timida ha difficoltà in diversi contesti sociali, fa fatica a iniziare una conversazione e non si trova a suo agio parlando di se stesso. Il professore Philip Zimbardo dell’Università di Stanford, ha spiegato che la timidezza è una fobia che riguarda i rapporti sociali e che porta a sentire gli altri come una minaccia anziché un’opportunità. Un errore comune è accostare la timidezza all’introversione. La differenza sostanziale tra queste due è:

Nel primo caso, il timido, prova molto nervosismo perché vorrebbe esporsi di più, ma non ci riesce. Il suo sentimento prevalente è la vergogna, e vive come un’impertinenza qualsiasi cosa faccia o dica in presenza di altre persone.
La persona introversa, invece, semplicemente gode della solitudine e non è a proprio agio nelle situazioni sociali. Tuttavia, non dà peso alle opinioni altrui e non ha timore di esprimere le proprie.

Nella cultura occidentale la timidezza è qualcosa da superare in ogni modo e si ritiene, chi ne soffre, “limitato”; al contrario le persone timide, essendo molto insicure del risultato delle proprie azioni, le pianificano ed eseguono con estrema cura e con maggiore concentrazione rispetto agli altri. Infatti, risultano essere ottimi esecutori delle attività che non richiedono un preciso limite di tempo.

Credere in se stessi, riconoscere le proprie virtù e volersi bene è fondamentale.

Una cultura completamente differente dalla nostra per tradizioni, costumi, e valori ritiene che la timidezza sia un pregio e va apprezzata e coltivata: l’antica e tradizionale cultura del Giappone ha, infatti, sempre “programmato” ed educato le giovani ragazze a comportarsi in modo timido e riservato (Hazukashii/Hajirai). La timidezza è entrata a far parte del loro codice morale e dell’essere giapponesi, così qualsiasi ragazza che al contrario non si comporta secondo questa modalità viene considerata come una persona di mal costume.
La riservatezza delle giovani donne giapponesi, rappresenta un’incredibile e potente attrazione per gli uomini, probabilmente perché è un atteggiamento che implica ingenuità, innocenza e vulnerabilità.
La “sindrome timidezza” ancora oggi è presente nella cultura e nella tradizione orientale: le donne e gli uomini giapponesi venivano educati in tale modo, per poi potersi rivelare riservati, modesti e pacati in presenza di altri; e ancora oggi conservano questa caratteristica che li distingue dal popolo occidentale. Ciò che nel nostro paese è considerato un difetto, in altre culture è un vero e proprio pregio e come tale viene ammirato e ricercato.
Negli ultimi tempi, anche la letteratura psichiatrica, ha spesso associato la timidezza alla fobia sociale, cioè ad una vera e propria psicopatologia che riguarda tutti i soggetti che soffrono di ansia cronica quando si trovano ad interagire con altre persone. Questo potrebbe essere un tentativo di medicalizzazione della società, al fine di eliminare emozioni e tratti comportamentali che possono essere estremi. La timidezza non va considerata una patologia, ma un aspetto normale della personalità, che riguarda la maggior parte delle persone, in tutti i Paesi del mondo.

Appena seppi, solamente, che esistevo e che avrei potuto essere, continuare, ebbi paura di ciò, della vita, desiderai che non mi vedessero, che non si conoscesse la mia esistenza. Divenni magro, pallido, assente, non volli parlare perché non potessero riconoscere la mia voce, non volli vedere perché non mi vedessero, camminando, mi strinsi contro il muro come un’ombra che scivoli via. Mi sarei vestito di tegole rosse, di fumo, per restare lì, ma invisibile, essere presente in tutto, ma lungi, conservare la mia identità oscura, legata al ritmo della primavera.
Pablo Neruda

https://www.morrisorakian.it/?p=304&fbclid=IwAR0htdp50PfwiMOaRNj-8xPihujj7fOwNViwS4ocBul7zn8oK4iFL5hMj8c

Immagine di copertina presa dal web.

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